Ripopolare le idee, prima del ripopolamento demografico. Il “grido” di un vescovo campano
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Come scrive il vescovo di Ariano Irpino, la correlazione tra persona umana e lavoro: «Anche il mondo agricolo ci pone davanti a questa domanda essenziale: quale valore attribuiamo alla persona quando il suo lavoro viene misurato soltanto in termini di costi, produttività e competitività? L’agricoltore non è un semplice operatore economico, né la sua fatica può essere ridotta a una voce di bilancio. Attraverso il proprio lavoro sostiene la famiglia, contribuisce a nutrire gli altri e partecipa alla costruzione della vita comune». Se «attraversando le strade dell’Irpinia e delle nostre splendide terre del Sud, lo sguardo incontra colline generose, vigneti, uliveti, pascoli e piccoli borghi raccolti intorno ai loro campanili, dietro i quali si celano case vuote e anziani soli», dietro tutta questa bellezza, si dovrebbe scorgere la «bellezza che racconta la tenacia di generazioni che hanno saputo abitare territori non sempre facili, trasformare la fatica in lavoro, la povertà in ingegno e la fedeltà alla propria terra in una forma concreta di speranza». A questo scopo, viene suggerita una vera e propria rivoluzione di prospettiva: «Non possiamo guardare al mondo agricolo soltanto attraverso le categorie della produzione, dei costi e dei mercati. Insieme alla terra, rischiamo di perdere un patrimonio umano, culturale e spirituale che appartiene a tutti».
Se occorre riconoscere, nella terra, non soltanto una fonte di sostentamento, ma un dono affidato alla responsabilità della persona umana, ecco che la riflessione non può che diventare, inevitabilmente, sociale e politica, come del resto stiamo verificando anche nelle manifestazioni popolari autogestite di questi giorni: «L’aumento dei costi di produzione, dai carburanti ai fertilizzanti, dalle sementi all’energia, si accompagna spesso a prezzi riconosciuti ai produttori che non compensano adeguatamente le spese sostenute e il valore del loro lavoro». Del resto, troppo spesso il reddito riconosciuto a chi coltiva la terra non è proporzionato alla fatica del lavoro, agli investimenti necessari, ai rischi affrontati e al valore dei beni prodotti… Ne nasce una vera e giusta domanda politica e religiosa di giustizia, che interroga soprattutto le aree interne: «Può dirsi davvero giusta una società nella quale il lavoro di chi produce il cibo indispensabile alla vita non garantisce un reddito adeguato per vivere?». Il settore attraversa, infatti, una condizione di crescente difficoltà. Tra i principali fattori critici, figurano le carenze infrastrutturali, la ridotta disponibilità di manodopera, i conflitti nell’uso del territorio, la predazione e, più in generale, le interazioni con la fauna selvatica, nonché le difficoltà di accesso ai servizi veterinari e tecnico-assistenziali.
E a tutto ciò, si addiziona lo spopolamento, che mons. Melillo non teme di denominare dramma dello spopolamento. Nei nostri paesi, del resto, la partenza di tanti giovani non è mai soltanto una vicenda individuale. Ogni giovane che se ne va porta con sé energie, competenze, desideri e possibilità di futuro. Quando partire diventa una necessità anziché una scelta, siamo davanti a una questione non solo delle aree interne di una Regione, ma una questione meridionale, nel senso che coinvolge non soltanto il Sud, ma l’intera comunità nazionale. Lo verificheremo a breve, anche dai risultati dell’imminente Censimento: dal 5 ottobre, infatti, ha preso avvio la fase di raccolta diretta dei dati del Censimento permanente della Popolazione e delle abitazioni, che nell’edizione 2026 coinvolge 2.529 Comuni e circa 1 milione di famiglie.
Pasquale Giustiniani
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