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La trasformazione dell’intelligenza


È forse il passaggio più oscuro della trasfor­mazione interiore. La nostra intelligenza è fatta per la luce, per l’evidenza delle cose certe. Ca­pire vuol dire garantirsi contro le sorprese, vuol dire dotarsi di sicurezze. Ma arriva il gior­no in cui il Signore chiede all’uomo di rinun­cíare a tutte le sue sicurezze naturali, in cui l’in­telligenza deve accettare di essere in perdita, deve cedere il passo all’oscurità della fede.


È veramente un entrare nel deserto per im­parare l’abbandono fiducioso. Dio condusse il suo popolo nel deserto perché, privo ormai di ogni soccorso naturale, si abbandonasse com­pletamente alla sua Parola. Lo Spirito conduce Gesù nel deserto perché, attraverso le tentazio­ni, affermi un identico totale abbandono alla volontà del Padre.

Alla proposta ragionevole di Satana perché affronti l’opera messianica confi­dando su mezzi materiali, sulla popolarità, sull’entusiasmo delle folle, conquise dalla consta­tazione dei suoi poteri straordinari, Gesù ri­sponde con le parole della fede umile e abban­donata: «Non di solo pane vive l’uomo»; «Non tenterai il Signore Dio tuo»; «Lui solo adore­rai» (Mt 4, 4.7.10). Accetta la Paroladel Padre come Parola definitiva, al di fuori di ogni altra umana certezza.


Preferire la fede all’intelligenza significa tra­sformare a poco a poco la luce dell’intelligenza stessa, imparare a interpretare in prospettiva di fede gli avvenimenti della propria vita e della storia degli uomini, affrontare con un atteggia­mento nuovo i nostri rapporti con il prossimo. In una parola: vivere tutto con spirito di fede. Come Cristo, appunto, che durante tutti i gior­ni della sua vita terrena non perdette mai di vi­sta il Padre e il suo disegno di salvezza, al quale aderì senza esitazione e senza pretendere spie­gazioni, con abbandono veramente pronto e to­tale.


La trasformazione della volontà È il culmine dell’unione e della vita spiritua­le. Volere ciò che Dio vuole, amare ciò che Dio ama, anche la propria sofferenza e i propri in­successi; uniformare a lui la propria vita fino a lasciarsi occupare completamente dalla sua for­za, dalla sua superiore sapienza, dal suo indo­mabile amore.


I grandi maestri di spirito dicono che fu questo il nucleo sobrio ed essenziale della spiri­tualità di Gesù. In ogni istante della sua vita Gesù amò ciò che il Padre amava e volle ciò che il Padre voleva. Non ci fu mai tra loro la minima divergenza o incrinatura. Anche per questo Gesù poteva ben dire: «Chi vede me ve­de il Padre», tanto profonda era la sua identifi­cazione, anche umana, con il Padre.

Era l’atteggiamento tipico del Figlio, che non s’accon
tenta di ascoltare il Padre, ma è tut­to proteso a fare la sua volontà, a soddisfare ogni suo desiderio, ad amare ciò che il Padre ama, facilitato da una somiglianza di indole, di gusti basati sullo stretto legame del sangue, nel caso del Figlio di Dio sull’identità della natura divina. Ruysbroeck, il grande mistico fiammin­go del secolo XIV, indica nell’imitazione di questo atteggiamento filiale di Gesù il vertice della perfezione per ogni uomo.


Aderire al Padre con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutto il cuore in atteggiamento di figlio amorosissimo, vuol dire divenire vera­mente puro ascolto di lui, pura sua risonanza. Vuol dire accettare di scomparire come perso­nalità autonoma, preferire al proprio agire l’agi­re di Dio, alle proprie parole umane la grande Parola di Dio, oscura e incomprensibile, che tuttavia riempie di gioia ineffabile l’uomo in adorazione, come accadde ai tre discepoli sul Tabor.


Ecco che il punto d’arrivo della perfezione sembra ricongiungersi con l’inizio: l’uomo per­fettamente purificato, che ha dimenticato se stesso, si ritrova del tutto rinnovato nell’amore divino che a sé l’attira. Non c’è più nulla al di fuori di questa attrattiva, non c’è altra alternati­va a questo fuoco dirompente dell’Amore, che in un certo senso distrugge l’uomo per ricrearlo.


Diceva già suor Elisabetta della Trinità: «Tutto passa. Alla fine della vita solo l’amore resta. Bisogna fare tutto per amore. Bisogna di­menticare se stessi senza posa. Il Signore ci ama nella misura in cui dimentichiamo noi stessi. Oh, se lo avessi sempre fatto» (Souvenirs, Dijon 1911, p. 252).

P. Alessandro Scurani S.I.