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Il Salmo 92, quasi sintetizzando le fulgide testimonianze di anziani che troviamo nella Bibbia, proclama: ” Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano;… Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi, per annunziare quanto è retto il Signore ” (13, 15-16). E l’apostolo Paolo, facendo eco al Salmista, annota nella Lettera a Tito: ” I vecchi siano sobri, dignitosi, assennati, saldi nella fede, nell’amore e nella pazienza. Ugualmente le donne anziane si comportino in maniera degna dei credenti…; sappiano insegnare il bene, per formare le giovani all’amore del marito e dei figli ” (2, 2-5).
La vecchiaia, dunque, alla luce dell’insegnamento e nel lessico proprio della Bibbia, si propone come ” tempo favorevole ” per il compimento dell’umana avventura, e rientra nel disegno divino riguardo ad ogni uomo come tempo in cui tutto converge, perché egli possa meglio cogliere il senso della vita e raggiungere la ” sapienza del cuore “. ” Vecchiaia veneranda ? osserva il Libro della Sapienza ? non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni; ma la canizie per gli uomini sta nella sapienza; vera longevità è una vita senza macchia ” (4, 8-9). Essa costituisce la tappa definitiva della maturità umana ed è espressione della benedizione divina.

Custodi di una memoria collettiva

 Nel passato si nutriva grande rispetto per gli anziani. Scriveva in proposito il poeta latino Ovidio: ” Grande era un tempo la riverenza per il capo canuto “.(13) Secoli prima, il poeta greco Focilide ammoniva: ” Rispetta i capelli bianchi: rendi al vecchio savio quegli omaggi stessi che tributi a tuo padre “.(14)

Ed oggi? Se ci soffermiamo ad analizzare la situazione attuale, constatiamo che presso alcuni popoli la vecchiaia è stimata e valorizzata; presso altri, invece, lo è molto meno a causa di una mentalità che pone al primo posto l’utilità immediata e la produttività dell’uomo. Per via di tale atteggiamento, la cosiddetta terza o quarta età è spesso deprezzata, e gli anziani stessi sono indotti a domandarsi se la loro esistenza sia ancora utile.

Si giunge persino a proporre con crescente insistenza l’eutanasia, come soluzione per le situazioni difficili. Il concetto di eutanasia, purtroppo, è venuto perdendo in questi anni per molte persone quella connotazione di orrore che naturalmente suscita negli animi sensibili al rispetto della vita. Certo, può accadere che, nei casi di malattie gravi con sofferenze insopportabili, le persone provate siano tentate di esasperazione e i loro cari o quanti sono preposti alle loro cure possano sentirsi spinti da una malintesa compassione a ritenere ragionevole la soluzione della ” morte dolce “. A tal proposito, occorre ricordare che la legge morale consente di rinunciare al cosiddetto ” accanimento terapeutico “,(15) e richiede soltanto quelle cure che rientrano nelle normali esigenze dell’assistenza medica. Ma ben altro è l’eutanasia intesa come diretta provocazione della morte! Malgrado le intenzioni e le circostanze, essa resta un atto intrinsecamente cattivo, una violazione della legge divina, un’offesa alla dignità della persona umana.   (Continua)

Giovanni Paolo II