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Il Quarto Vangelo

Alcune testimonianze più antiche

1 – Nel tempo che seguì la morte degli Apostoli, e poi sempre, i veri cristiani hanno continuato a celebrare la Cena del Signore, così come aveva comandato Gesù e come avevano fedelmente fatto i suoi immediati discepoli. Tra le testimonianze più antiche va ricordata quella della Didachè, detta anche Dottrina degli Apostoli, la cui composizione risale alla fine del primo secolo Era Cristiana ed è perciò quasi contemporanea del quarto vangelo e della Apocalisse:
“Ogni domenica, giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete le grazie, dopo che avrete confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro. Chiunque ha qualche lite con il suo compagno, non si riunisca a voi prima che siano riconciliati, affinché non sia profanato il vostro sacrificio. Così infatti ha detto il Signore: ” In ogni luogo e in ogni tempo, mi sia offerto un sacrificio mondo, poiché io sono un gran re, dice il Signore, e il nome mio è ammirevole tra le  genti”,
2. – Anche Ignazio, vescovo di Antiochia, morto martire a Roma nel 107,d.C., testimoniava che “l’Eucaristia è la carne del Salvatore nostro Gesù Cristo, quella carne che sofferse per i nostri peccati e che il Padre, nella sua bontà, risuscitò”. Per Ignazio il pane dell’Eucaristia è “farmaco d’immortalità, antidoto per non morire ma per vivere in Gesù Cristo sempre”. Vedendo approssimarsi il suo martirio scriveva: “Non mi compiaccio di un nutrimento di corruzione né dei piaceri di questa vita. Voglio pane di Dio, che è carne di Gesù Cristo, del seme di David; e come bevanda voglio il suo sangue, che è amore incorruttibile”.
3,. – Riportiamo ancora la testimonianza di Giustino, che come Ignazio finì la sua vita col martirio verso la metà del secondo secolo:
“Questo alimento noi lo chiamiamo Eucaristia Noi non lo prendiamo come un pane comune e una comune bevanda; ma come Gesù Cristo Salvator nostro, incarnatosi in virtù del Verbo di Dio, prese carne e sangue per la nostra salvezza, cosi il nutrimento, consacrato con la preghiera di ringraziamento formata dalle parole di Cristo e di cui si nutrono per assimilazione il sangue e le carni nostre, è, secondo la nostra dottrina, carne e sangue di Cristo incarnato. Gli Apostoli infatti, nelle loro Memorie dette Evangeli, tramandarono che Gesù Cristo lasciò loro questo comando: preso un pane e rese grazie Egli disse loro: Fate ciò in memoria di me; questo è il mio corpo; e preso similmente il calice e rese grazie, disse: Questo è il mio sangue; e a loro soli li offerse”
Fedeli amministratori

“Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori, è che ognuno risulti fedele” (1 Corinzi 4,1-2).
Queste parole dell’Apostolo possono essere fatte proprie dalla Chiesa Cattolica anche a riguardo dell’amministrazione della Santa Cena, che è uno dei più grandi misteri di Dio. Ha seguito e segue l’insegnamento e la prassi del divino Maestro e come gli Apostoli e i cristiani dei primi tempi dei cristianesimo crede ed insegna il carattere sacrificale della Santa Cena e la presenza reale del Signore nel pane e nel vino consacrati, pur nello sforzo legittimo di penetrare mediante lo Spirito la profonda realtà del mistero.
Riportiamo la professione di fede di Paolo VI: “Noi crediamo che la Messa, celebrata dal sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell’ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e dei membri del Corpo mistico, è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell’ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue, che da li a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel Cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale (… ). Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione.
Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica, deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù .( … ).
L’unica ed invisibile esistenza del Signore glorioso nel cielo non è moltiplicata, ma è resa presente dal Sacramento nei numerosi luoghi della terra dove si celebra la Messa”.
Osservazioni
I. – In questa professione di fede la prima verità è che “la Messa (…) è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari”. Qual è il senso di queste parole?
a) Non bisogna immaginare, anzitutto, che la Santa Messa sia un nuovo sacrificio di Cristo, il quale “si è offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti” (Ebrei 9,28). Ma è anche vero che “egli, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta (… ), è sempre vivo    per intercedere” a nostro favore (Ebrei 7,24-25;  cf. Romani 8,34).
Questo vuol dire che Gesù il Cristo interviene continuamente nella storia facendo dono di se stesso al Padre. Questa sua offerta, questo suo intervento salvifico, si esprime soprattutto, in modo ,diretto ed esplicito, nel memoriale da lui istituito, nella celebrazione cioè della Santa Messa. La quale perciò è una nuova presenza, un nuovo aspetto dell’unico sacrificio, quello cioè della Croce. Nella Santa Messa Cristo è la vittima, Cristo l’offerente, perché egli stesso ha trovato il modo di immolarsi mediante segni  (il pane e il vino)  e  col  ministero  di coloro ai quali egli disse: “Fate questo in memoria di me” (Luca 22,19: 1 Corinzi 11,24). Le Messe, anche se sono molte, ricordano, rinnovandolo in modo efficace cioè salvifico, l’unico sacrificio di Cristo, il suo impegno a salvarci.
b) Non è forse vero che gli uomini usano commemorare, ossia rendere in qualche modo presente, un fatto o evento storico di grande importanza? Gli Ebrei celebravano la Pasqua per ricordare, qua si per rinnovare, il grande evento della liberazione dal faraone (cf. Esodo, cap. 12; Deuteronomio, cap. 16). Era un ricordo che rendeva presente il grande evento con la sua carica religiosa e salvifìca. In modo analogo la Santa Messa non fa dimenticare il sacrificio della Croce; al contrario lo rende presente d’una attualità efficace per la salvezza di tutti gli uomini.

2. – “Noi crediamo che la misteriosa presenza del Signore (…) è una presenza vera, reale, sostanziale”. E’ il linguaggio abituare della Chiesa Cattolica per precisare il modo, in cui essa crede presente la Persona del Signore nel pane e nel vino consacrati, escludendo errori ed equivoci.
a) Vera esclude una presenza meramente simbolica. Sarebbe troppo poco, anzi errato, dire che il pane e il vino sono simboli del Corpo e Sangue di Cristo. Facciamo un esempio. La freccia che un gruppo di scouts segna all’ingresso della foresta serve a indicare la loro presenza nella foresta. Ma gli scouts o il loro campo non sono nella freccia. Questo è solo un simbolo, un indice, della loro presenza.
Non così il pane e il vino consacrati. Essi non indicano che Cristo è presente altrove. Presenza vera vuol dire che Cristo è là, nel pane e nel vino consacrati: non bisogna cercare altrove per trovarlo.
b) Reale esclude pure una presenza meramente simbolica o emblematica e allo stesso tempo mette in risalto che nel pane e nel vino consacrati vi è la Persona di Cristo che rinnova continuamente la sua offerta al Padre e si dona come reale nutri- mento al suoi discepoli per la preservazione e la crescita della loro vita soprannaturale. “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Giovanni 6,55).
c) Sostanziale infine vuol dire che il Signore Gesù non solo agisce mediante il pane e il vino consacrati per la salvezza dell’uomo, standosene lontano. No! Egli agisce di presenza. L’Eucaristia non è solo un canale della virtù santificatrice del Salvatore del mondo, ma è la stessa fonte della salvezza. Nell’Eucaristia Cristo dona se stesso.
Noi possiamo dire che i tre termini vera, reale e sostanziale hanno un identico significato di fondo e si rafforzano reciprocamente in una perpetua affermazione che Cristo è presente veramente, veramente, veramente nel pane e nel vino consacrati.
La transustanziazione

Per indicare questo modo di presenza del Signore, che non è meramente simbolico o emblematico o virtuale, la Chiesa Cattolica ha adottato la parola transustanziazione. Con questo termine si vuole indicare un mutamento sostanziale del pane e del vino, che vengono “transustanziati” nel corpo e sangue di Cristo morto e risorto.
Nell’Eucaristia non vi è nessuno spostamento locale del Corpo glorioso di Cristo assiso alla destra del Padre dopo l’ascensione. Restando quello che, è, il Signore glorioso si rende presente al posto di un’altra cosa, ossia del pane e del vino della loro sostanza – che solo muta. Certo rimane il mistero. Si tratta solo d’uno sforzo della mente umana, che trova il modo migliore per esprimere ciò che dice la Parola di Dio, ciò che dice la Bibbia, senza tradirla o minimizzarla o vanificarla. Per chi capisce, il mistero è una dimensione inseparabile della fede, della vera fede, che è accettazione di realtà invisibili sulla base della Rivelazione divina. Senza il mistero, la religione diventa un orgoglioso scientismo. Dicono i geovisti: Ma la parola “transustanziazione” non c’è nella Bibbia.
Si risponde :
a) Non c’è la parola, ma c’è certamente la cosa, la realtà soprannaturale che tale parola esprime con piena fedeltà alla Bibbia. In questo caso, la parola transustanziazione vuol esprimere l’autentico significato delle formule eucaristiche usate dal Signore: “,Questo è il i mio corpo, questo è il mio sangue”.
b) I geovisti usano tante parole che non sono nella Bibbia per diffondere i loro errori. Per esempio, dicono che il pane e il vino benedetti sono emblemi. Nella Bibbia non vi è la parola emblema. Come mai i geovisti non si fanno scrupolo di usarla? (Leggere Matteo 7,3-5).
Padre Nicola Tornese s.j.