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Il quarto vangelo

San Giovanni non racconta l’istituzione della Eucaristia. Questo silenzio non crea nessuna difficoltà perché scopo dei vangeli non era quello di dire tutti i fatti e i detti di Gesù (cf. Giovanni 20, 30-31; 21,24-25). Giovanni, comunque, ci ha conservato il discorso di Gesù a Cafarnao, che è conosciuto come la “promessa dell’Eucaristia”. I discepoli dovettero certamente ricordarsi di quella promessa durante la celebrazione dell’Ultima Cena.

a) Nel discorso a Cafarnao, dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù aveva detto:
“lo sono il pane vivo disceso dal cielo. Se qualcuno mangia di questo pane, vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Giovanni 6,51).
E’  comprensibile  l’immediata reazione dei Giudei che, scandalizzati, disputavano tra loro: “Come può dare in cibo la sua carne?” (Giovanni 6,52). Avevano capito, anche se in modo assai materiale, il realismo delle parole di Gesù. Il quale, rispondendo o piuttosto continuando il suo discorso, non ritratta né addolcisce le sue espressioni:
“In verità, in verità vi dico, se non mangiate la carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Giovanni 6,53-55).
b) A scanso, comunque, di equivoci e per far capire meglio il realismo della sua promessa Gesù aggiunge:
“E’ lo Spirito che vivifica; la carne non giova a nulla” (Giovanni 6,i63). Come per dire: “I sensi e il ragionamento umano non possono far capire ciò che io dico. Solo lo Spirito può dare l’esatta intelligenza delle mie parole” (cf. Giovanni 14,26). Gesù fa appello al coraggio della fede, che è frutto gioioso dello Spirito. A nulla valgono i sofisticati ed orgogliosi ragionamenti dell’uomo carnale.
Gesù dunque non ritratta la sua dichiarazione su una reale equivalenza tra la sua carne e il suo sangue e il cibo e bevanda che egli avrebbe dato ai suoi discepoli affinché avessero la vita. Tuttavia non approva l’interpretazione carnale, che i Giudei di Cafarnao (i cafarnaiti) avevano dato alle sue parole. Non sarà la sua carne grondante sangue che egli avrebbe dato in cibo e bevanda. Solo l’uomo carnale, senza lo Spirito di Dio, poteva immaginare tali cose.
c) Ma l’esigenza di Gesù di accettare la realtà della sua carne come cibo e del suo sangue come bevanda non trovò i suoi uditori disposti a fare la scelta coraggiosa. “Molti si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Giovanni 6,66). I Dodici, comunque, e tanti altri con loro e dopo di loro hanno protestato la loro fede con la dichiarazione chiara e coraggiosa: “Signore, a chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Giovanni 6,68).
Solo la fede accetta la reale presenza del Corpo e Sangue di Cristo nel pane e vino consacrati. Credere vuol dire aderire con coraggio a ciò che dice una persona degna appunto della nostra fede, anche se i sensi non percepiscono e gli occhi non vedono. E nessuno merita tanto la nostra fede quanto l’ Emmanuele, ossia Dio presente nell’uomo Gesù, che è la Verità, il Testimone fedele e verace, la Parola di Dio (cf. Giovanni 14,6, 1,1; Apocalisse 3,14).
La Santa Messa

Nel raccontare come si svolsero i fatti nell’ultima Cena del Signore sia Paolo che Luca ci hanno conservato alcune parole di Gesù molto significative:
“Fate questo in memoria di me” (Luca 22,19). “Fate questo in memoria di me  Tutte le volte che lo bevete, fate questo in memoria di me” (1 Corinzi 11,24-25).
E’ chiaro che Gesù si riferiva al futuro. Egli dava ai suoi discepoli il comando di ripetere anche durante la sua assenza, ciò che egli aveva fatto in quella memorabile Cena. E col comando conferiva anche il potere di compiere l’opera che egli aveva compiuto, vale a dire di perpetuare la sua presenza in mezzo ai suoi mediante il pane e il vino consacrati, e con la presenza anche il suo sacrificio.
Il potere che Gesù conferiva ai discepoli comportava dunque anche un carattere sacerdotale. Coloro ai quali era dato il comando di ripetere quella Santa Cena – possiamo dire quel rito – venivano costituiti anche sacerdoti. Non perché Cristo abbia dei successori, come il sacerdozio levitico presso l’antico Israele (cf. Ebrei 8,24; 7,11). Egli, Cristo, resta per sempre. Risorto da morte, rimane sempre vivo e possiede un sacerdozio che non tramonta (cf. Ebrei 7,24). Ma ha trovato il modo di esercitare il suo eterno sacerdozio mediante coloro che Paolo qualifica come “collaboratori di Dio” (1 Corinzi 3,9; 2 Corinzi 6,1).
I fedeli discepoli di Gesù capirono assai bene la volontà del loro Maestro e, a cominciare dai primissimi tempi dopo l’ascensione, si riunivano in assemblee liturgiche, ossia di servizio divino e di preghiera, per annunciare la morte del Signore mediante la celebrazione della Cena e comunicare col suo Corpo e col suo Sangue.
La testimonianza di san Paolo è chiara ed inequivocabile. Ai fedeli di Corinto egli ricordava con parole severe di celebrare convenientemente, ossia col massimo rispetto, la Cena del Signore: “Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più mangiare la Cena del Signore” (1 Corinzi 11,20).
Dal modo come l’apostolo si esprime è fuor di dubbio che nelle riunioni dei cristiani il punto centrale era la celebrazione della Cena del Signore. Questo avveniva sia con la parola, ossia ricordando quanto Gesù aveva fatto,   sia  col  rito, ossia ripetendo la Cena e comunicando al pane-Corpo e al vino-Sangue di Cristo. Ripetiamo: le riunioni dei primi cristiani avevano come punto culminante la celebrazione della Santa Cena.
L’esempio di Paolo (cf. Atti 20, 7-11)

Lo stesso Paolo osservava il comando di Gesù e celebrava la Cena del Signore, ossia la Santa Messa, durante i suoi viaggi apostolici. Un caso tipico è quello raccontato in Atti 20,7-11, anche per le circostanze straordinarie che l’accompagnarono.
“Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane e Paolo conversava con loro; poiché doveva partire il giorno dopo, prolungò la conversazione fino a mezzanotte. C’era un buon numero di lampade nella stanza al piano superiore dove eravamo riuniti; un ragazzo chiamato Eutico, che stava seduto sulla finestra, fu preso da un sonno profondo mentre Paolo continuava a conversare e, sopraffatto dal sonno, cadde dal terzo piano e venne raccolto morto. Paolo allora scese giù, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse. “Non vi turbate; è ancora in vita!”. Poi risalì, spezzò il pane e ne mangiò, e dopo aver parlato ancora fino all’alba, partì” (Atti 20,7-11).

Osservazioni:
a) Qui si tratta indubbiamente della Cena del Signore, ossia di una celebrazione eucaristica, accompagnata forse o inserita in una refezione ordinaria come probabilmente usavano fare i primi cristiani a Gerusalemme (cf. Atti 2,46). In effetti, l’espressione “spezzare il pane” (greco klasai arton) era divenuta per i cristiani la formula per indicare la Santa Cena.                  Così si esprimono i sinottici nel racconto della istituzione (cf. Matteo 26,26; Marco 14,22; Luca 22, 19). In questo modo si esprime san Paolo in 1 Corinzi 10,16 dove parla certamente della Cena del Signore: “Il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il Corpo di Cristo?” (Vedere anche Luca 24,30).
b) La struttura della celebrazione corrisponde sostanzialmente a quella della Santa Messa, che perpetua nel tempo il sacro rito in conformità al comando del Signore (cf. 1 Corinzi 11,26). Vi era la liturgia della Parola indicata chiaramente dalla lunga conversazione di Paolo, che senza dubbio parlava del Signore e delle proprie esperienze missionarie, cose tutte che contribuiranno alla formazione del Nuovo Testamento. E vi era la liturgia eucaristica, i cui momenti essenziali sono indicati dallo spezzare il pane e dal mangiarne, ossia fare la Santa Comunione.
c) Possiamo anche precisare il tempo dell’anno e il giorno della settimana, in cui ebbe luogo quella celebrazione. Non si era nei giorni della Pasqua perché poco prima, al verso 6 dello stesso capitolo, lo storico Luca nota accuratamente che Paolo e i suoi compagni (tra cui lo stesso Luca) erano partiti da Filippi dopo i giorni degli Azzimi, ossia dopo la Pasqua, e raggiunsero Troade, dove avvennero i fatti che stiamo narrando, cinque giorni dopo. A Troade si trattennero una settimana. La Pasqua dunque era passata da parecchi giorni.
In quanto al giorno della settimana ci è detto esplicitamente che quel rito di “spezzare il pane” avvenne “nel primo dei sabati”, ossia il primo giorno dopo il sabato, che è il primo giorno della settimana ebraica. Quel giorno, per i cristiani, era divenuto “giorno di assemblea” (cf. 1 Corinzi 16,2), in ricordo della risurrezione del Signore (cf. Matteo 28,1). Fin dai tempi antichissimi veniva chiamato “il giorno del Signore”, dies dominicus, ossia Domenica (Cf. infra, pp. 59-63).
Paolo dunque celebrò a Troade la Santa Messa la domenica dopo il suo arrivo, molti giorni dopo la Pasqua.
d) Dalla stessa testimonianza di Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi possiamo ricavare un’altro importante particolare, vale a dire che la Cena del Signore non era celebrata una sola volta all’anno, ma molte volte. Scrive l’apostolo:
“Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è affatto un consumare la cena del Signore!” (1 Corinzi 11,20, Garofalo).
L’espressione greca, che corrisponde al quando, è “ogni volta che vi radunate”. E’ chiaro che i primi cristiani non si radunavano “una sola volta” all’anno, (cf. Atti 2,44-47), ma più volte anche alla settimana. Dal modo dunque come si esprime l’Apostolo è fuor di dubbio che la celebrazione eucaristica non avveniva una sola volta all’anno, ma ogni volta che i veri discepoli di Cristo si riunivano in assemblea piccola o grande.

Padre Nicola Tornese s.j.